“Risposte culturali e ordini simbolici “di Anna Luana Tallarita

IMG_20180911_135121_resized_20180911_015217676 (1).jpgL’essere umano ha la tendenza a circondarsi di forme ed oggetti che rappresentano la sua personale visione del mondo, cioè la sua percezione del divenire storico e sociale. In effetti, in funzione e sulla base di un processo continuo di conoscenza dello spazio vissuto, sia naturale che artificiale e grazie ad un procedimento di simbolizzazione, l’individuo si crea un’immagine personale dello spazio. Così, in un continuo andamento di interscambio ed interferenza, lo spazio si tramuta in un habitat fortemente culturalizzato, dopo essere divenuto luogo in relazione alle necessità e alle aspirazioni individuali e sociali che “lo vivono” e lo trasformano.

Lo specifico modo di vivere in relazione allo spazio vissuto, stante alla base dell’orientamento che determina i comportamenti degli individui, occupa quindi una posizione predominante nella considerazione delle risposte culturali e nell’organizzazione degli ordini simbolici dell’azione. Per tale motivo, l’analisi dello spazio di vita dei vari gruppi di individui, è capace anche di rappresentare diversi modelli d’antropizzazione dei luoghi, tutti individuati in relazione alle necessità delle persone. Spazio che diviene inoltre campo di studio privilegiato per rilevare le relazioni che intercorrono entro il corpo sociale, anzichè esaminato per un’analisi finalizzata ad indagare esclusivamente società diverse.

Il termine “percezione” fu usato da Cartesio, Locke, Leibniz e da altri pensatori moderni per designare ogni atto di conoscenza. In seguito si è diffuso quel significato di percezione come funzione di conoscenza che si riferisce immediatamente a un oggetto reale.

In senso più ristretto il termine indica, come già tematizzato dagli stoici, un processo conoscitivo complesso che comprende unificandole una molteplicità di sensazioni. Sensazioni intese come fatti o dati elementari della coscienza sensibile, riferite ad un oggetto distinto dal percipiente e da altri oggetti[1]. Perché si possa parlare di percezione, comunque, occorre l’introduzione di un soggetto attivo che, in qualche modo, inauguri il processo percettivo. La percezione, infatti, presuppone l’esistenza di un osservatore, dal momento che per trasformarsi in percezioni le sensazioni devono essere inquadrate in un complesso sistema di esperienze passate e di interessi personali, che spingono l’individuo a determinati atteggiamenti, finalizzati al compimento di un’azione anche se solo conoscitiva.

La nostra percezione dello spazio è di tipo tridimensionale, nel senso che noi percepiamo lunghezza, altezza e profondità. Tale risultato è dovuto al fatto che nell’uomo agisce uno schema di tipo rappresentativo finalizzato a spiegare lo spazio occupato dalla nostra persona. Questo spazio è il punto costante di riferimento tra noi e gli oggetti circostanti, per cui si può dire che per certi aspetti lo spazio consiste nell’esserci, cioè in una presenza costituita al tempo stesso da soggetto ed oggetto, contemporaneamente interna ed esterna all’individuo.

Quando percepiamo un oggetto esterno, infatti, lo percepiamo sempre come un oggetto inserito in uno spazio, vale a dire come oggetto detentore di una forma, di una posizione e di un orientamento che si definiscono in relazione sia alla posizione del percipiente sia alla posizione di altri oggetti. Di conseguenza, nell’attuare un meccanismo percettivo nei confronti di determinati fenomeni, si attiva un procedimento di selezione di carattere “geometrico”.

Come già detto in precedenza, chi innesca il processo percettivo pone l’oggetto ad una determinata distanza, ricevendone uno stimolo che interpreta e definisce sulla base delle proprie conoscenze. Il modo di vedere la realtà non è dunque obiettivo ma dipende dalle esperienze passate individuali, in relazione alle quali si opera un’elaborazione della realtà percepita attraverso i sensi. Tramite l’atto percettivo, lo spazio, la forma e l’oggetto assumono dei connotati particolari che influenzano la scelta di forme-oggetto.

[1] In campo filosofico, della conoscenza percettiva si hanno sostanzialmente due interpretazioni: quella Empiristico-Associazionistica, che considera la percezione un prodotto dei meccanismi dell’associazione psicologica (Hume e Mill), e quella Trascendentalistica, che vede invece la percezione come un prodotto della spontaneità spirituale del soggetto giudicante: l’oggetto della percezione è un’elaborazione dei dati sensoriali operata dalla coscienza secondo forme a priori. L’estensione di questa seconda interpretazione culmina nella concezione Idealistica, che concepisce il rapporto tra sensazione e percezione come la tappa iniziale dello sviluppo dello spirito da forme di conoscenza astratte e povere a forme sempre più ricche e concrete (così in Hegel e nella tradizione neohegeliana). Contro l’interpretazione Empiristico-Associazionistica si pronunciarono poi, tra la fine del XIX l’inizio del XX secolo, varie scuole come il Pragmatismo (Peirce e James), il Neorealismo (Whitehead), lo Spiritualismo evoluzionistico (Bergson) e la Fenomenologia (Husserl), che peraltro non condividevano neppure l’interpretazione Idealistica. Questi indirizzi, e soprattutto la corrente fenomenologica, prepararono il terreno alla Gestaltpsychologie, o Psicologia della Forma (Wertheimer, Köhler, Koffka), che condusse un attacco a fondo contro l’associazionismo largamente diffusosi nell’ambiente positivistico e recepito nei primi manuali di psicologia. Gli psicologi della forma sostennero che nella percezione si ha coscienza immediata di un tutto strutturato, il cui comportamento non è determinato dai suoi supposti elementi, ma da leggi strutturali interne al tutto (cfr. Wertheimer, Sulla teoria della forma, 1925). Dato questo presupposto, il limite della Gestalt, come è stato più volte rilevato, sembra essere quello di intendere la percezione come qualcosa di autosufficiente, che non tiene conto delle “prestazioni” del soggetto percipiente in cui occorre reintegrarla. È questo invece il punto di vista del Funzionalismo percettivo sviluppatosi verso la metà del secolo scorso (Bruner, Postman, Allport). Pur facendo propria la critica gestaltistica all’associazionismo, esso sottolinea particolarmente le disposizioni soggettive, i bisogni, i fini, ecc.      come fattori codeterminanti l’atto percettivo. Su questa scuola ebbe larga influenza il Pragmatismo Americano, soprattutto per la sua interpretazione della vita psichica come “transazione” tra organismo e ambiente (Transazionalismo).

 

Pubblicato da annaluanatallarita

Scrittrice, cantante jazz, filosofa antropologa. Artista e designer. Anna Luana è la figura rinascimentale dell'artista a tutto tondo.Curiosa delle sfaccettature umane, ne ha intervistato, scovato ed elaborato le potenzialità i segreti le eccentricità, le normalità e le naturalità. Docente universitaria a Lisbona, è docente a contratto anche nelle scuole italiane secondarie superiori, per varie discipline, (lettere classiche, filosofia, design, musica..) quest'anno a Milano. Philosophy Doctor, ha conseguito il primo dottorato di ricerca con una tesi sulla volontà di potere e le sue manifestazioni sociali architettoniche e di design. Plurilaureata è un intellettuale e tutto tondo, italo portoghese, viaggiatrice e attenta, analista politologa della società contemporanea. Il Suo ultimo libro: Il potere del potere, tratta delle tematiche del potere e delle sue manifestazioni materiali, a dicembre sarà in uscita il nuovo libro sul : potere della comunicazione. Non si fa mancare le produzioni artistiche, infatti nel 2019 esce il suo 6 disco di jazz: Eva, con liriche scritte e composte da lei e magistralmente suonate da i musicisti A.Rea D.Rosciglione L.De Seta. e un un singolo pop, con video di domenique Carbone: La notte imprevedibile.oltre a mostre fotografiche e pittoriche. www.annaluanatallarita.com

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